Archivi del mese: novembre 2011

Impressioni di novembre

Per me Firenze è questa, è il sole sull’Arno, gli ori di pontevecchio, l’odore di cuoio nei negozi di pelletteria. E ancora, il dialetto toscano, un panino con la porchetta, due bicchieri di Chianti. La bellezza di un volto, di una facciata, di una vetrina che ti distrae, disorienta e relega a girovagare senza meta tra le sue vie. Quelle stesse vie rovinate dal traffico e dai graffiti. Cammino tanto, cammino solo, in mezzo alla gente, tra pochi fiorentini e molti stranieri. Raggiungo piazzale Michelangelo da cui osservo la bella Firenze. Nello stesso luogo dove si concluse la mia gita del liceo. Chi l’avrebbe detto, allora, che sarei tornato proprio qui, a lavare i panni nell’Arno.

Qualche ora prima ero nella sala d’aspetto del Centro Medico Matteotti. Ero un po’ a disagio e fuori luogo, con il mio giubbino di pelle, i capelli selvaggi, mentre sedutami accanto c’era una ragazza e il papi che forse le aveva regalato un naso nuovo. Ho sempre giudicato le persone così, eppure eccomi lì, assieme a loro, per lo stesso motivo. Arrivato il mio turno ho conosciuto finalmente di persona il dottor Innocenti e non ha deluso le mie aspettative. Mi ha fatto un po’ di domande per mettermi a mio agio, poi mi ha visitato. Diagnosi: ginecomastia mista, solo toccandomi. Diciamo, come immaginavo, molto grasso (è rimasto sorpreso anche lui in un soggetto magro come me) e poca ghiandola, ha usato l’espressione “gettone”, che mi ha fatto un po’ sorridere, avendo io parlato più volte di “dischetto”. Da lì in avanti, solo conferme di quel che già sapevo. Tranne quanto concerne la degenza. Ti dimettono il giorno stesso, perché non abilitati al ricovero, ma solo per l’intervento. Il decorso dopo l’operazione può essere a volte un po’ fastidioso, ma comunque breve. Gli ho esposto i miei dubbi e mi ha confortato, assicurandomi che è un disagio comune a molti giovani e che l’unico modo per risolvere il problema è l’intervento. Potrei ammazzarmi di palestra, mi ha detto, ma non cambierebbe nulla. Sono andato subito al punto. I costi? 3000€ tutto compreso (esclusa la prima visita per cui ho dovuto sborsare 130€) e i controlli post operatori sono gratuiti. Un prezzo trasparente ed onesto. Stupiti entrambi dall’immediatezza della mia decisione abbiam fissato la data dell’operazione, il 7 gennaio. Dopo avermi stampato una lista degli esami che gli dovrò inviare, abbiam parlato un po’ del più e del meno e ci siamo salutati. Parlando con la segretaria fuori dal suo ufficio questa mi ha chiesto oltre ai soldi della visita, un acconto per l’operazione. Ecco, non sono ancora uscito e già mi spellano. Le ho spiegato che il dottore non mi aveva detto niente, lei lo ha chiamato e mi ha riferito che non era necessario. Ho apprezzato molto la fiducia che mi ha dato.

Chissà come sarebbe stata la mia vita senza ginecomastia. Immagino meno introspettiva, per non dire sociopatica, e più estroversa. Non so se più felice, sicuramente diversa. Magari sarei diventato un ragazzo che a questo me non piacerebbe. Di sicuro mi ha privato di tanto, di troppo, eppure ho come l’impressione che mi abbia dato anche qualcosa. La capacità di andare oltre l’esteriorità, forse. Ora basta però, devo riprendere in mano la mia vita, ripulirla da quello che mi fa star male, ricominciare.


Dubbi

L’aver sparato a zero sul documentario dell’ultimo post, è stato un meccanismo di difesa. Posso far finta che vada tutto bene, che è l’unica scelta possibile, ma quello che sto per fare in realtà mi sta lacerando dentro. A tutte le persone a cui ho esposto le mie intenzioni, ho sempre parlato dell’operazione come un fatto certo. Semplicemente li informavo che stavo per operarmi, il problema più grosso è stato dire ai miei che ho la ginecomastia, non che devo essere operato. Anzi a volte ho usato proprio questo argomento per iniziare il discorso. Dove è finita ora tutta questa mia sicurezza?

Sono due i dubbi che mi sono posto.

i) E se fosse tutto nella mia testa? Se il problema non esitesse e io lo stessi ingigantendo per trovare una valvola di sfogo, un capro espiatorio per mascherare la crisi della mia vita che sto affrontando in questo momento? Non è psicologia spiccia. Oggettivamente parlando, so che il mio è un problema moderato, che molti, forse, imparerebbero ad accettare. Io semplicemente sono un esteta, ho dei canoni che possono oscillare, ma stanno in piedi grazie a dei punti fissi, in cui io in particolar modo devo rientrare. E la cosa sarà scioccante, ma non contempla il seno maschile. Magari sono troppo giovane per capire che queste non sono le cose importanti, e che dovrei essere felice del bello che c’é in me. Allora lobotomizzatemi, facciamo prima, apritemi il cervello e toglietemi la parte che non mi fa accettare me stesso. Così poi sono felice.

Se il problema è reale.

ii) È giusto quello che sto per fare? Moralmente parlando, posso spendere 4000€ per togliermi lo sfizio di essere come gli altri? Che il mio estetismo sia figlio della società in cui vivo è innegabile, ma non per questo deve essere uguale. Sono d’accordo che abbia dei modelli irraggiungibili, che spesso porti disagio alla gente e questa a farsi operare. Ora, ampliando il discorso alla chirurgia estetica generale, qual è la linea di confine che rende necessario un intervento? Quando stai male fisicamente? E mentalmente non stai male? Se il problema fisico sussiste, non è logico risolverlo fisicamente? Se la risposta è no, ma allora rastrelliamo i chirughi estetici e mettiamoli in un bel campo di concentramento, perché per sete di soldi alimentano un cancro della società. Siete tutti belli, i vostri difetti vi rendono unici, accettatevi. È come dire, siete tutti fratelli, ametevi gli uni e gli altri, accogliete chiunque in casa vostra. Sono entrambi due alti ideali, di quelli irraggiungibili (proprio come i modelli della società, ma tu guarda la coincidenza), ma per questo tanto amati dall’uomo. Perché se una cosa non l’abbiamo non possiamo stancarcene, mentre se siamo fatti così, lo diamo per scontato e non lo apprezziamo.

Se è giusto che lo faccia, perchè sono qui che mi pongo ancora domande?


The perfect vagina

Documentario senza peli sulla lingua, che merita un ora del vostro tempo. È spezzato in quattro parti con un minuto di pausa tra una e l’altra. Ti da il tempo di digerire quello che hai appena visto… Conviene prima vederlo e poi leggere per capire la durezza delle mie parole.

Visto il documentario sulla vagiaina perfetta? All’inizio mi ero preso una cotta per la documentarista, proprio un bel tipino, forte, indipendente, purtroppo già sposata. Impegnata a far luce su un problema complesso, con ripercussioni sociali e morali. Poi, man mano che le argomentazioni si dipanavano, mi è parsa chiara la limitatezza del suo approccio. Ha finto all’inizio del film di volersi fare un idea riguardo alla fanny surgery. Invece la sua idea l’aveva già ben radicata nella testa: la chirugia estetica genitale è sbagliata.

Ma vaffanxxxo, femminista emotiva new age del caxxo. Scusate il linguaggio, ma ste cose mi fanno imbestialire. Nessuno ha notato che musiche da film dell’orrore ha messo durante l’operazione e come ne enfatizzava il dolore? E per favore, mi ritrai il povero chirurgo che fa il suo lavoro (non solo per soldi…) come il demonio che opera le sedicenni e invece, l’artista che fa questi inquietanti muri di fxga (mica per soldi…), come il buon samaritano che aiuta le donne a piacersi. Non puoi fare un documentario oggettivo sul problema se esordi dicendo che ti senti coinvolta e piangi per la metà del film.

Per non parlare degli strascichi di femminismo, mamma mia, tipo: che senso ha aver liberato il sesso se lo tagliuzziamo?
-.- Come se fossimo ancora noi maschi la causa del vostro malessere, quando lo sapete benissimo che siete voi il vostro peggior nemico. Sempre a piangervi addosso. Per chi vi operate se non per voi stesse? Questo è appaling, no aspetta, the pussy wall forse di più…

Come può far sì che la gente si interroghi se il messaggio che trasmette è che la chirurgia la fanno le insicure che non sanno cosa vogliono? Ma avete visto l’immagine della sedicenne che ha mostrato per tre secondi il medico che poi l’ha visitata? Quello era chiaramente un caso clinico, un problema serio, comprensibilmente da risolvere. Certo non saranno tutti necessari gli interventi effettuati (anche se un medico serio non dovrebbe, per il giuramento di Ippocrate, operare se non necessario), ma nessuno ti obbliga ad andare sotto i ferri, è una libera scelta e in quanto tale è positiva. Io penso che finché le nostre azioni non si ripercuotono sugli altri, siamo liberi di fare ciò che vogliamo.

Liquidare tutto il peso psicologico di un inestetismo (e qui mi sento tirato in ballo) dicendo, non è poi così grave, c’è chi sta molto peggio, ci sono i bambini che muoiono di fame, io lo chiamo “benaltrismo”. Dovrei star meglio perché altri stanno peggio?

Ok, ogni vagina è diversa, e va bene così. Allora lo stesso dovrebbe valere per i nasi, i peni e le rotule. È facile dire che bisogna accettare i propri difetti e quelli degli altri, ma siamo ben più complicati di così. E per amore a volte è più facile accettare i difetti degli altri che non i propri. Vogliamo quello che non siamo. Non siamo perfetti, ma vogliamo esserlo, mannaggia a noi.

Concludo dicendo che per piacersi, piacere agli altri è una condizione a volte necessaria ma mai sufficiente. Deve partire da noi. E se serve un’intervento chirurgico, ben venga.
Non sto liberalizzando e commerciando la felicità, sto solo dicendo che ogni operazione serve per far star meglio il paziente, e se quella estetica non ti cura fisicamente, lo fa mentalmente.

PS: nota positiva, belli i kimono che indossano all’incontro “impara ad amare la tua vagina”… che ridere…


Le illusioni dell’amore

Il titolo forse un po’ troppo pretenzioso di questo post nasce dalle tags che riconducono i viandanti del web a fermarsi nel mio blog. Non pensavo ci fossero tante persone che si ponessero di queste domande sul web e soprattutto che finissero sul mio blog per trovare una risposta. In effetti non ho mai scritto seriamente sull’argomento e quindi cercherò adesso di sopperire a questa mia mancanza cosicché non sia del tutto vano cercare qui delle risposte.

Amore e illusione.

Tutti, chi più e chi meno, hanno esperienza del fatto che l’amore si nutre di novità, di mistero, di proibito e avvizzisce nel tempo, nella quotidianità, nel darsi per scontati. L’amore svanisce perché nulla nel tempo resta uguale, ma tutto si trasforma. Dopo la fase dello scoprirsi, l’amore matura oppure si secca come un frutto bruciato dal sole o senza nutrimento. Come nella parabola del seminatore. Ma non è il cambiamento a degradare l’amore, siamo noi a degradarlo. Perché è inevitabile, quando abbiamo l’oggetto del nostro desiderio, prima o poi, ci stanca e vogliamo qualcosaltro.

“Dove amiamo non proviamo desiderio e dove lo proviamo non possiamo amare” (Freud).

L’uomo è lacerato da due tensioni opposte, l’avventura da una parte e la stabilità dall’altra. Scisso tra la trascendenza e la sicurezza di esseri soddisfatti.

“Il desiderio non sa cosa vuole” (Galimberti).

E qui sta la prima illusione, perché noi invece crediamo di sapere quello che vogliamo, pensiamo che il nostro desiderio infinito sia giunto al termine della sua ricerca, quando siamo innamorati. Perché? Ma perché vediamo nell’altro qualcosa che non è, lo idealizziamo, non ne vediamo i difetti. Slegata dalla realtà la passione crea. L’amante crea l’amato e lo plasma in qualcosa che in realtà prima non era. Trasforma il reale secondo il proprio ideale. Perché l’amore è attiva creazione e non solo passiva soddisfazione. Ma è un cambiamento reale? Possiamo cambiare una persona solo per il fatto che l’amiamo?

“L’amore è un fiore delizioso, ma bisogna avere il coraggio di andarlo a prendere sull’orlo di un abisso spaventoso” (Stendhal).

L’abisso che c’é dentro di noi. Come si dice “When you look into the abyss the abyss looks back into you”. La paura che la terra ceda sotto i nostri piedi, di essere sbagliati, di dover cambiare. Oppure è l’opposto? È il fatto che mi vogliano cambiare ad essere sbagliato, non siamo noi, questo è ciò che vogliamo sentirci dire. Comunque sia, rimane una bella domanda.

Quando la passione scema, quando non c’é più nulla di nuovo da scoprire nell’altro, si dovrebbe cominciare a scoprire del nuovo con l’altro. Invece la confortevole e calda abitudine prende il sopravvento, e vieni illuso ancora una volta. Credi di conoscere l’altro come conosci te stesso, il che a mio parere è da presuntuosi, dato che mi riterrei già fortunato se mi conoscessi a fondo (nosci te ipsum).

Cosa barattiamo in cambio di questa sicurezza? Su quanti cambiamenti dell’altro soprassediamo per garantirci un compagno prevedibile? L’abitudine ci protegge dalla nostra vulnerabilità ma contemporaneamente uccide il desiderio. Se come ho detto prima tutto cambia e anche noi stessi, allora la sicurezza non è altro che una nostra illusione. Fissare l’altro in uno schema è fantasia, mentre è la sfida, il desiderio che l’altro cambi ad essere reale. Ma per timore che l’abisso ci destabilizzi, non ospitiamo in casa l’avventura, al massimo le concediamo una squallida stanza in un hotel ad ore. Troppo poco per soddisfare la necessità di cambiamento che caratterizza il lacerato modo di amare dell’essere umano. Non possiamo cambiare una persona, ma di certo non possiamo non volere che cambi. Per il suo bene naturalmente, non il nostro…

Estremizzando possiamo illuderci di poter stare in pantofole tutta la vita oppure l’opposto, di non poter neppure avere una casa. Ecco le due illusioni dell’amore. Credere che la passione possa soddisfare il nostro infinito desiderio di nuovo, ponendo fine al nostro folle volo e che l’abitudine possa proteggerci dal male del mondo e da noi stessi. L’amore in sé è reale, anche se non è sempre uguale e non è sempiterno. È pieno di vita, nasce, cresce, muore e per chi ci crede risorge. E noi siamo dei funamboli sospesi su questo filo, non possiamo stare fermi nè lasciarci trasportare, per non cadere nell’abisso di noi stessi. Dobbiamo procedere tenendoci per mano, crescendo insieme:

“Questo è il paradosso dell’amore fra l’uomo e la donna, due infiniti si incontrano con due limiti; due bisogni infiniti di essere amati si incontrano con due fragili e limitate capacità di amare. E solo nell’orizzonte di un amore più grande non si consumano nella pretesa e non si rassegnano, ma camminano insieme verso una pienezza della quale l’altro è segno” (Rilke)